LE MIGLIORI 10 STORIE DEI PASSATI 10 ANNI

pubblicato da Marco Santi il 26.12.2009 | 0 Commenti

Vi proponiamo la traduzione di un articolo pubblicato su www.sherdog.com estremamente interessante al fine di comprendere la storia delle Mixed Martial Arts.

“The top 10 stories of the past 10 years” by Jake Ross traduzione di Alessandro Sonni.

ded1Finanziariamente e funzionalmente, la scena delle arti marziali miste degli anni 90 ha avuto un’organizzazione piuttosto scadente. Ci sono momenti valutati con nostalgia (se hai bisogno di un corso di recupero sull’influenza di Royce Gracie o sulla proliferazione di stili contrapposti procurati un libro!) ma nel complesso, era solamente una grande fase sperimentale, con ognuno in cerca di un senso, in uno sport superficialmente disgustoso. Mettere in scena uno show senza essere cacciati fuori dalla città o essere arrestati era considerato un successo. Non è un ambiente che prospera sulla sopravvivenza, niente frottole. All’inizio del nuovo millennio, i cambiamenti sono stati quasi immediati (e per i propositi di questo articolo, convenienti). I lottatori hanno iniziato a comprendere l’allenamento progressivo (a strati), e i legislatori ebbero finalmente l’intuizione che in Relevation non si era mai accennato in precedenza a combattimenti in gabbia. Distanti dalle etichette della civilizzazione in rovina, lo sport era libero di fare la propria storia. Più che essere stata soltanto una decade chiave nel combattimento MMA, ne è stata veramente l’UNICA.Non vi è veramente un modo di poter ridurre all’osso 10 anni di storie tra vita, morte, trends e competizioni in una lista semplice. Sarebbe preferibile tirar fuori 100 eventi e lasciarne discutere la priorità ai lettori. Ma è il periodo di vacanza e il tempo è breve, quel che segue sono 10 storie che hanno cominciato ad emergere esaminando quel che veramente ha agitato l’industria dei combattimenti dal 2000 al 2009.
Le 10 storie più importanti sono state:

 

10: New Year’s Eve Wars in Giappone (2001-presente)

E’ facile essere l’unico panificio del quartiere. Scegli il tuo orario, i clienti, eccetera, senza sgomitare con la concorrenza.Ma dai al cliente possibilità di scelta e il gioco inizia a farsi duro.Nell’MMA è stata la comparsa degli spettacoli di fine anno in Giappone, con le promozioni da Dream Stage (che ospitò Pride), K-1, Inoki ed altri che iniziarono ad attirare una parte dell’altalenante mercato televisivo. I migliori combattenti erano nei book delle serate, e talvolta letteralmente rubati da sotto il naso a promozioni in competizione; attori e celebrità divennero pupazzi del grappling. Mentre alcuni match fecero un pò rumoreggiare l’audience della West-Coast, il mega budget e il mega rischio del gioco della gallina forzò diverse compagnie nel promuovere alcuni combattimenti assolutamente terrificanti.Nonostante il declino di Pride, ed il calo d’interesse nei confronti dei combattimenti oltre oceano, Fedor Emelianenko parlava delle serate con trasporto e riverenza, ma d’altra parte poteva farlo: era un cinque volte veterano.
 
9. Gina Carano (2007-presente)
 
ded2Non una donna nelle MMA, ma GINA CARANO. Una distinzione non trascurabile. Prima del debutto di Carano in EliteXC nel 2007, l’idea di ospitare lottatrici donne era vista come un’assurdità troppo progressista per uno sport che continuava a nauseare buona parte dei mass media. Se non avevano accettato uomini che combattevano col sangue, figuriamoci se avrebbero potuto vedere una donna subire un ground and pound e magari aver bisogno di un defibrillatore.”Conviction” (la sorella del football la grande Glen Carano) respingeva le attitudini sessiste non sfidandole ma bensì ignorandole. Divenne una lottatrice grazie a se stessa, dimostrando sul ring grandi abilità e presentandosi come una personalità importante al di fuori di esso. Il suo look? Assolutamente un fattore, ma la curiosità avrebbe lasciato spazio al disgusto non avesse avuto niente da offrire come atleta.E’ raro per qualsiasi atleta avere il peso di un intero genere sulle spalle. Perfino Ali, nel riscrivere la storia della boxe, era in difficoltà in una istituzione che aveva un passato prima di lui, così come avrebbe avuto un futuro dopo. Ma provate a trovare anche soltanto un pezzo che riguardi le donne dello sport senza una menzione alla Carano. Non definì soltanto una divisione, lei era la divisione.

 

8. La morte di Evan Tanner (2008)

Hearth Herring, una volta mi disse che, mentre era impegnato nel circuito Texano, se ne usci con un combattimento con Evan Tanner in un ring improvvisato su di un pavimento da rodeo. Un anno più tardi, Tanner era in Giappone e Pancrase. Un anno dopo ancora era nella UFC. Per un uomo che iniziò ad imparare il meccanismo complicato delle sottomissioni tramite videocassette, raggiungere una vittoria tramite strech nella UFC che culminò con il titolo dei pesi-medi nel 2005, significava essere un lottatore migliore rispetto a quanto avrebbe mai potuto pensare.Come divenne più anziano e a sentirsi fuoriforma, Tanner prese a postare online bizzarre confessioni, scrivendo scherzosamente riguardo i suoi problemi con l’alcol e la propria motivazione che andava peggiorando. Vedendolo in Grizzly Adams a dare colpi d’ascia da sopra la spalla, ti dava la sensazione che non avrebbe voluto essere nei suoi stessi panni. Tanner fu trovato morto nel settembre 2008, vittima delle condizioni straordinarie in cui si era trovato il proprio cuore durante una scampagnata mal pianificata nel territorio desertico della California del sud. Il suo sport non conobbe mai una tragedia dal volto così familiare; la macabra natura della sua morte portò a  conclusioni riguardanti il fatto che chiunque fra gli atleti era psicologicamente ridotto male così come fisicamente.
 
7. Lee Murray (2002-presente)

ded3Se non ne hai mai abbastanza del pugilato professionistico e delle storie di crimine, l’idea di un talentuoso pugile coinvolto in una delle più grosse storie di rapine dovrebbe bastare a destare la tua attenzione. Lee Murray fece un salto da attrazione ad anti-eroe della ESPN. Un intero libro, “Heist”, documenta il piano principale di Murray di scapparsene con oltre 92 milioni di dollari in vincite rubate. Volò via in Marocco, venne sbattuto in prigione e una volta uscito comprò arredamento kitsch placcato in oro; inspirò una sorta di perversa reverenzialità fra coloro i quali ammirarono la sua audacità. Murray non è magari una delle personalità più di spicco nello sport ma è di sicuro l’unico che è riuscito a far fare della sua storia un film che uscirà a breve.

 

6. L’ironia di ‘Rampage’ (2008)

Cosa scoccia nei combattimenti? Sabato sei qualcuno, Domenica potresti essere uno qualunque. Quinton Jackson, un uomo che veniva da quartieri perfino più pericolosi della gabbia, imparò la stessa dura lezione quando perse per decisione in un match da cinque round valido per il titolo contro il goffo derelitto di Forrest Griffin nell’estate 2008. Dopo aver messo knockout Chick Liddell e aver battuto Dan Henderson, Jackson cercò di allungare la striscia positiva di risultati: Griffin ribaltò le sue aspettative battendo Jackson in un combattimento in cui aveva continuato a mandare a segno calci e a frustrarlo con assoluta persistenza. Dieci giorni dopo, Jackson scorrazzava per una strada Californiana, scappando alla polizia e rischiando la vita di molti pedoni, a causa della cocente delusione per la sconfitta. Finì col lasciarlo con un altro titolo: il primo lottatore della UFC a soffrire così tanto per una sconfitta. TMZ non ha perso un solo passo da allora.

5. La morte di Sam Vasquez (2007)

Per tutti i macho che si vantano delle uccisioni, essere pronti a morire e allenarsi come se il diavolo incalzasse, gli atleti non subiscono danni troppo gravi da un guanto da 4 once (sanguinerebbero troppo o andrebbero subito knock out nel caso) I due che ricevettero attenzioni aldilà della egoistica linea di demarcazione che si cancellava oltre gli incidenti che avrebbero “fatto” la reputazione dello sport furono Douglas Dedge nel 1988 e il lottatore Koreano conosciuto alla stampa come “Lee” nel 2005. Dedge e la propria frivola compagna, giustificati dai supporters, erano in giro per mezzo mondo. Chi sa quali precauzioni vennero prese? La morte di Sam Vasquez fu differente: trapassò a Houston, sotto gli occhi del dipartimento Texano per la Regolarizzazioni e Licenze, al tempo in cui le arti marziali miste stavano finalmente entrando nella loro adolescenza. A Vasquez venne detto che aveva un brutto coagulo di sangue che sarebbe finito per causargli un attacco; il suo avversario, Vince Libardi, aggravò pesantemente la situazione e un comatoso Vasquez morì in ospedale 42 giorni più tardi.L’isterismo preannunciato sulla natura violenta dello sport non arrivò mai, perfino i giornalisti che facevano gli spavaldi avrebbero dovuto essere a conoscenza che una morte in Nord America dopo 14 anni di regolari competizioni era statisticamente insignificante. Una magra consolazione per la famiglia di Vasquez.

4. Mark Kerr (2001)
 
Gli sport, dal basket alla boxe ebbero il beneficio di provocanti documentari, realizzati dalle proprie personalità: è impossibile veder collegate atletica poco dopo “Hoop Dreams”, ed è difficile capire appieno l’imprint culturale di Ali senza avervisto “When We Were Kings”.E’ lontano dalla perfezione, ma John Hyams con “Smashing Machine”, premiato su HBO nel Gennaio 2001, fu il primo austero occhio critico su ciò che gli uomini facevano al fine di competere al massimo livello dello spettacolo violento. Mark Kerr, colui il quale venne temuto in Brasile, Stati Uniti, Giappone per anni, ebbe fiducia in Hyams abbastanza da mettere a nudo la sua personalità per le telecamere. Iniezioni di analgesici, collassato in un agonia emozionale dopo perdite ed infine trovarsi in stato semi-comatoso in un letto d’ospedale,lamentandosi mentre gli amici lo pregavano di smetterla di infettare il proprio corpo con un coraggio sotto banco “Smahing Machine” fu la prima prova che questo sport poteva fare la sua parte di mostri.

 

3. Bob Sapp (2002-2009)

Sia Kimbo Slice che Brock Lesnar provarono ad avere appeal al di fuori del circolo normale dei fan, portando milioni nel fatturato che altrimenti sarebbe stato ceduto ad altri circuiti. C’è oltretutto pericolo che vengano omessi da una lista come questa. Ma masticando numeroni, nessuno, nè Lesnar, nè Slice e neppure il mitico Jose Canseco, possono essere comparati al livello di Bob Sapp in Giappone, Sapp, costruì una storia ben tessuta sul fatto di essere stato uno scaldapanchina che una volta si dimenticò della depressione, giocando con i sentimenti del paese: erano assolutamente spaventati da quel gigante di 375 pound che ringhiava alle telecamere, con spalle grandi come palle da bowling, avambracci simili a spilli e una risata che suscitava timore.La celebrità di Sapp divenne esagerata a tal punto che non poteva attraversare la strada senza che il traffico si bloccasse. Ha inciso album, centinaia di prodotti raffiguravano la sua immagine: potevi perdere soldi a una slot machine con la sua faccia e piangere sul suo guanciale per poi prendere delle multivitamine di Sapp per uscirne fuori. Considerando la dimensione e il contesto culturale, non è proprio un’esagerazione chiamarlo il quinto, sesto e settimo Beatle. Al suo apice, 54 milioni di telespettatori erano sintonizzati per vederlo incrociare i guanti con Akebono nel 2003. Tuttavia quel livello di audience ed euforia aveva un prezzo: la pubblicità chiedeva di poter seguire gli allenamenti di Sapp, e più tardi combattimenti con veri, affamati professionisti, finendo con lui frequentemente ferito. Oggigiorno, il sole è tramontato. Soltanto una dozzina di persone lo inseguono per la strada.

 

2. La morte di Pride (2007)

C’è qualcosa di prettamente mercenario riguardo l’assorbimento della competizione. Portare una compagnia rivale alla bancarotta può andar bene, ma ottenerne il patrimonio e controllarne il futuro, seppur breve, è un tipo di traguardo differente. Nella prima parte del decennio, in una guerra combattuta principalmente sui cartelloni, la UFC di Zuffa era stata tovata meno spettacolare rispetto il pool di talenti di Pride del marchio Dream Stage Entertainment. Arene da 10000 posti a Las Vegas? Pride ne poteva ottenere 20 o 30000. I migliori combattenti nel mondo? Chuck Liddell venne schiacciato da Quinton Jackson in un tentativo di sinergia. Osservatori deliziati nel dipingere un’immagine della UFC come il seme di Pride agli splendori. Mentre una buona parte della lega Pride si perse nell’eccessiva nostalgia, la promozione ebbe la sua parte di incontri brutalmente noiosi e stupidi, non era nient’altro che una costosa celebrazione delle arti marziali ai più alti livelli. Ma quando i quotidiani iniziarono a suonare i tamburi contro il presunto coinvolgimento di Yazuka nella promozione, i contratti TV evaporarono; Zuffa grazie a basi finanziarie solide e a “The Ultimate Fighter” lo digerì completamente. Nessuno sembra sentire la mancanza di una parte della stupidità di Pride (mi ricordo di Wanderlei Silva combattere uno 0-0 contro lo specialista del Karate Kyokushin) ma la perdita dell’attrazione estera, seppure tenuta ben segreta, fu veramente l’ultimo respiro per l’MMA. L’UFC stava diventando l’onnipresente, così come NFL, e se questo non ti piaceva eri ufficialmente a corto di opzioni.

 

1. Nevada (2001)

ded3L’acquisto della UFC da parte di Zuffa nel Gennaio 2001 rimosse uno degli ostacoli più grossi per la sopravvivenza dello sport: Bob Meyrowitz. Il proprietario uscente, che aveva speso anni e milioni in franchise era a corto di soldi e pazienza. Uscì come l’MMA ricevette sanzioni pesanti da parte del New Jersey, il quale aveva adottato un provvedimento di Unified Rules nella concessione di una major-league per la sicurezza dello sport. Zuffa sarebbe andato avanti a produrre show buoni, pessimi, fantastici. Un reality show e una corrente senza fine di mosse strategiche che misero la compagnia su basi stabili. Niente di tutto questo sarebbe stato possibile senza il consenso del Nevada il 23 Luglio del 2001, nel legittimare le MMA attraverso un voto unanime, al termine di otto anni di rifiuto politico e sociale. Altre commissioni che avevano precedentemente reagito con digusto dovettero fare un passo indietro: Nevada, il corpo atletico più rispettato nel mondo aveva appena dato la sua approvazione. E’ possibile che con il supporto di entrambi iNDemand (il canale pay-per-view che aveva ripristinato l’UFC dopo un black-out durato anni) e New Jersey, la Ultimate Fighting Challange avrebbe trovato la sua strada senza Nevada. Senza il supporto finanziario, e i profitti ottenuti nel lavorare nei più grandi strip-hotel e casinò sarebbe stato difficile. Per piazzare un colpo più grosso all’industria del combattimento, sarebbe stato necessario tornare indietro fino a Farnsworth e all’invenzione della televisione.

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